Il “degenerato” Berardinelli spiega agli "Stronzetti di Sinistra" del Fatto perché scrive ancora

Il supplemento libri del Fatto quotidiano la settimana scorsa, nell’articolo “Alfonso’s version”, ha rivelato ai suoi lettori un fatto nuovo e clamoroso: io, Alfonso Berardinelli, sono un degenerato. Rispetto a chi? a che cosa? Degenerato rispetto a me stesso, a quel critico culturale straordinario che ero in gioventù e sono stato dall’inizio degli anni Settanta fino al 1998: anno in cui pubblicai da Donzelli il mio “ultimo lavoro interessante” (“Autoritratto italiano”) “antologia di riflessioni letterarie sull’identità nazionale, da Mario Praz a Giulio Bollati. Leggi Lo Stronzetto di Sinistra di Stefano Di Michele
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Il supplemento libri del Fatto quotidiano la settimana scorsa, nell’articolo “Alfonso’s version”, ha rivelato ai suoi lettori un fatto nuovo e clamoroso: io, Alfonso Berardinelli, sono un degenerato. Rispetto a chi? a che cosa? Degenerato rispetto a me stesso, a quel critico culturale straordinario che ero in gioventù e sono stato dall’inizio degli anni Settanta fino al 1998: anno in cui pubblicai da Donzelli il mio “ultimo lavoro interessante” (“Autoritratto italiano”) “antologia di riflessioni letterarie sull’identità nazionale, da Mario Praz a Giulio Bollati. Ma già lì – ricorda Raffaele Liucci – s’avvertivano i primi segni della sua metamorfosi”. Quali fossero questi segni, io per primo vorrei capirlo. Ma non c’è verso. L’autore dell’articolo non offre prove, scansa la fatica di fornire al lettore qualche fatto o dato di contenuto e di linguaggio. Mi interpreta. Ma trascura del tutto le interpretazioni, le idee, i bersagli polemici delle mie “memorabili stroncature” di un tempo (un po’ di coraggio! Dite chi ho stroncato, avete paura, approvandomi, di guadagnarvi dei potenti nemici?). Quanto al mio “recente libretto” (“Che intellettuale sei?”, Nottetempo) sarebbe fatto di “pensierini” che non riescono più a “graffiare”, essendo io diventato “un distinto signore, pantofolaio e ridondante”.

Non sembra facile essere molto ridondante in un pamphlet minimale come quello: sei capitoli in meno di cento paginette. Sarò stato sbrigativo e troppo conciso, ma ridondante no. Sparare aggettivi a vanvera non indica un buon possesso del mestiere da parte di quel bravo signore che è Liucci, la cui prosa esibisce come squisitezze ironiche parecchia muffa goliardica da liceale o professorino, che mi sembra lo assimili al suo direttore Riccardo Chiaberge. Intendo espressioni come: “incrociare le lame”, “tenere i cordoni della borsa”, “nei suoi verd’anni”, “tradizione nostrana” (cui segue incredibilmente un elenco di autori tutti stranieri), “affidare ai torchi”, “approdare alle sponde”…

La mia coscienza mi diceva già che scrivendo sui giornali una decina di articoli al mese rischiavo di ripetermi e di peggiorare. Ora il Fatto mi certifica che sentivo giusto, senza trarre però conclusioni sulla natura del giornalismo e sulla possibile degenerazione di chi non scrive solo quando ne ha voglia (come facevamo Piergiorgio Bellocchio e io con “Diario”: dieci numeri in otto anni) ma scrive per lavoro, perché i giornali, come dice la parola, escono tutti i giorni. Chiaberge e Liucci rischiano di degenerare e degenerano non meno di me: a meno che, facendo giornalismo, non abbiano proprio niente da perdere.
Insisto sui fatti. Nel Duemila cominciai a scrivere sul Domenicale del Sole24ore diretto da Chiaberge e devo dire che con le date ci siamo: la mia degenerazione cominciò allora. La rubrica “Contromano” che Chiaberge inventò per me “non graffiava”. Mi sentivo addosso gli occhi diffidenti, sospettosi del direttore, che per prudenza mi censurò una frasetta innocente e banale come questa: “Da quando c’è l’euro siamo tutti un po’ più poveri”, frase che poteva disturbare (nella sua idea) la linea economico-politica del giornale.

Ma il punto fermo di Chiaberge nei miei confronti sono due punti fermi: 1) ero un “sessantottino” (espressione volgare e imprecisa) e 2) ora sono un rinnegato che scrive sul Foglio. Chiaberge ha in testa queste idee fisse. Detesta il Sessantotto e crede che io scriva sul Foglio perché ho “scelto” di condividere le idee politiche di Ferrara: mentre ci scrivo perché nessuno mi ha mai dato su un giornale la stessa libertà (anche quantitativa) di parola. Essere liberali è anzitutto, credo, una questione di carattere.
Ancora due punti. Io sono un degenere perché continuo a scrivere, il mio amico Piergiorgio Bellocchio è per tutti un esempio luminoso perché non scrive più o non pubblica. Se così è, ci vuole coerenza: Chiaberge e Liucci facciano come Bellocchio e chiudano il supplemento libri. Quando ripresi nel 2007 a pubblicare sul Sole24ore, suggerii a Chiaberge di offrire a Bellocchio una collaborazione. Alla mia proposta lui tacque prudente e sornione. Preferiva che Bellocchio se ne stesse virtuosamente muto in un angolo. Forse già prevedeva di contrapporlo a me che viziosamente scrivo senza essere capace di pubblicare ormai, come dice Liucci, “un vero libro”. Secondo gli addetti al Fatto culturale le raccolte di saggi non sono veri libri: ignorano De Sanctis, Praz, Debenedetti, Contini, Wilson, Barthes, Sklovskij, Calvino, Fortini, Pasolini, Chiaromonte e la migliore saggistica moderna...

Dio mio. Questa polemica mi ha fatto venire voglia di mettermi in pantofole e poi andare a dormire.
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